L’omicidio di Giordana Di Stefano, avvenuto a Catania l’8 ottobre 2015, è stato l’ennesimo tragico episodio di una lunga serie di casi di violenza contro le donne in Italia. La storia della ragazza ventenne uccisa dall’uomo che sosteneva di “amarla” ha sottolineato ancora una volta la natura sistemica del problema e la necessità di una risposta globale da parte della società e delle istituzioni statali.
Secondo i media, Giordana, una giovane madre, è stata uccisa dal suo ex compagno, Luca, ventiquattrenne. Quest’ultimo è stato descritto come “non aggressivo”, “semplicemente geloso”. Questa immagine dell’uomo, diffusa nella retorica pubblica, la cui gelosia è considerata quasi la norma, evidenzia un problema fondamentale: molti modelli di controllo e di imposizione del potere sulle donne continuano a non essere percepiti come segni di violenza, anche se spesso ne sono i precursori.
Le foto pubblicate dopo la tragedia mostrano Jordan come una ragazza aperta e sorridente. Ma la sua storia è anche la storia di come la tolleranza sociale nei confronti del dominio maschile e gli stereotipi culturali sulla “normalità” della gelosia possano portare a conseguenze irreparabili.
Un problema strutturale, non un’eccezione
Le organizzazioni che si occupano della prevenzione della violenza contro le donne, e in particolare il centro Thamaia di Catania, sottolineano che crimini di questo tipo non sono “eccezioni”. In Italia, ogni anno decine di donne muoiono per mano dei loro partner o ex partner. La violenza non nasce da “scoppi” di aggressività, ma da una cultura radicata in cui l’uomo spesso sente di avere il diritto di disporre della vita della donna, e il rifiuto, la distanza o il tentativo di rompere la relazione sono percepiti come un attacco alla propria identità.
Di conseguenza, le misure di natura esclusivamente repressiva non sono sufficienti. La punizione arriva quando la violenza è già stata commessa. La prevenzione richiede soluzioni complesse, che includono il cambiamento degli atteggiamenti sociali e dei comportamenti quotidiani.

Educazione e individuazione precoce dei rischi
Il caso di Jordana Di Stefano ripropone la domanda che sorge dopo ogni crimine di questo tipo: cosa si sarebbe potuto fare in anticipo?
Per prevenire la violenza è necessario:
- Formare nei giovani la comprensione dell’uguaglianza e del rispetto reciproco;
- Insegnare a genitori, educatori, assistenti sociali e medici a individuare i primi segni di abuso;
- Sviluppare programmi scolastici che spieghino agli adolescenti che la gelosia, il controllo, la verifica della corrispondenza o le restrizioni della libertà sono forme di pressione;
- Migliorare la diagnosi del rischio in situazioni di persecuzione, minacce o conflitti all’interno della coppia;
- Creare servizi di assistenza psicologica e sociale accessibili alle donne nelle prime fasi dei conflitti.
Queste misure richiedono un lavoro coordinato e il coinvolgimento costante di tutti i livelli del sistema, dalle scuole e dai servizi sociali alle forze dell’ordine e ai tribunali.
Il ruolo dei centri di assistenza
Il centro Thamaia, attivo da quattordici anni, sottolinea l’importanza di un lavoro sistematico a lungo termine piuttosto che di reazioni sporadiche. L’organizzazione non solo aiuta le donne che hanno subito violenza, ma costruisce anche rapporti di collaborazione tra le istituzioni che possono garantire la sicurezza delle vittime: polizia, scuole, strutture sanitarie, giudici.
L’efficacia di tali reti dipende dalla partecipazione concreta delle strutture statali. Spesso l’attenzione al tema aumenta solo in date simboliche come il 25 novembre o l’8 marzo, ma nei giorni normali ci si limita a dichiarazioni formali. Tuttavia, è proprio il lavoro quotidiano, senza pathos e rituali, che può cambiare la situazione.
La responsabilità della società

La storia di Jordana Di Stefano ci ricorda che la violenza di genere è radicata nelle norme culturali, nei modelli abituali di comunicazione, nelle concezioni del ruolo dell’uomo e della donna nelle relazioni. L’uguaglianza non può essere considerata raggiunta finché il controllo, la gelosia e i tentativi di limitare la libertà delle donne sono percepiti come “questioni private della coppia”.
Ogni caso simile è un invito a rivedere le nostre idee sulla famiglia, l’amore, l’educazione e la responsabilità sociale. La lotta alla violenza non è possibile senza la partecipazione della società nel suo complesso: senza la consapevolezza delle cause, senza un cambiamento del linguaggio, senza una posizione attiva nei confronti della discriminazione e senza il riconoscimento che la sicurezza delle donne è un indicatore della maturità e della civiltà della società.
Il femminicidio di Jordana dimostra che la retorica non è più sufficiente. Sono necessari passi concreti, sistematici, coordinati e a lungo termine. Solo così sarà possibile prevenire nuove tragedie e costruire una società in cui il diritto alla vita e alla libertà delle donne non sia una dichiarazione, ma una realtà.

