Le questioni relative alla lingua e al genere rimangono uno dei temi più discussi della sociolinguistica italiana contemporanea. Al centro dell’attenzione vi è il modo in cui le parole rappresentano uomini e donne, come le strutture grammaticali consolidano i ruoli sociali e in che misura il linguaggio istituzionale è in grado di riflettere una realtà in cui la parità di genere diventa la norma.
Nel dibattito pubblico italiano occupa un posto importante il lavoro di Paola Di Nicola La giudice è un testo che unisce testimonianza personale, esperienza professionale e analisi approfondita del linguaggio che descrive il potere, le istituzioni e il genere.
“La giudice” come scelta linguistica

Il termine giudice in italiano appartiene al gruppo degli epiceni. Si tratta di parole che non cambiano forma a seconda del sesso di chi parla. Tradizionalmente, questi titoli professionali erano accompagnati dall’articolo maschile (il giudice, il presidente, il sindaco) ed erano considerati neutri. Tuttavia, come sottolinea Paola Di Nicola, questa “neutralità” è formale. Nel linguaggio istituzionale, il genere maschile è usato come universale, nascondendo sistematicamente le donne.
Di Nicola sottolinea che la sua formazione professionale è avvenuta in uno spazio simbolico esclusivamente maschile. Circondata fin dall’infanzia da antiterroristi, colleghi di suo padre magistrato, è entrata nella professione senza sospettare che la lingua potesse diventare un campo di battaglia fondamentale. Nel libro racconta quanto a lungo abbia usato l’articolo maschile, cercando di “integrarsi” in un contesto professionale in cui il riferimento al successo era l’uomo: «non immaginavo che l’uniforme da magistrato potesse cambiare da uomo a donna».
La decisione di definirsi la giudice, e non il giudice, è stata per lei un atto politico: una donna che detiene il potere ha il diritto di essere designata al femminile. Questo gesto mette in luce un paradosso culturale e istituzionale: laddove la realtà cambia, la lingua resiste.
Quando il “maschile” viene dichiarato universale
Di Nicola analizza in dettaglio il linguaggio giuridico. In particolare le norme relative alla violenza, alla corporeità e ai reati contro le donne. In uno dei suoi esempi più significativi, fa riferimento all’articolo 583-bis del codice penale italiano, relativo alle pratiche di mutilazione genitale femminile. Nel testo della legge, la vittima è descritta come “il minore”, “il cittadino”. Il genere maschile è usato per indicare la vittima donna. Da un punto di vista logico, sottolinea Di Nicola, questo è assurdo: la legge sulla protezione del corpo femminile è scritta come se il corpo appartenesse a un uomo.
Questo esempio dimostra un modello istituzionale consolidato secondo cui nei testi normativi le donne non sono indicate come categoria autonoma. La loro presenza è “assorbita” dal genere grammaticale maschile, il che crea una cecità culturale. Se a livello linguistico le donne scompaiono, anche i problemi sociali che le riguardano diventano meno visibili.
Origini e sviluppo del progetto linguistico femminista italiano
Le discussioni contemporanee sul linguaggio e il genere in Italia si basano sull’eredità del movimento femminista degli anni ’60-’70. Una delle opere fondamentali è stata la pubblicazione di Alma Sabatini Il sessismo nella lingua italiana (1987). In essa Sabatini ha formulato il principio secondo cui il linguaggio plasma la realtà e, quindi, il linguaggio sessista consolida la disuguaglianza di genere.
Sabatini ha proposto un aggiornamento sistematico del linguaggio pubblico, che include:
- Il rifiuto dell’uso del genere maschile come “neutro”,
- L’introduzione di forme femminili dei titoli professionali,
- L’eliminazione delle costruzioni linguistiche che creano l’immagine della donna come secondaria o dipendente.
Queste raccomandazioni sono state successivamente inserite nella Guida stilistica per la semplificazione del linguaggio amministrativo (1997), dove per la prima volta a livello statale è stato riconosciuto il problema del sessismo linguistico.
Nonostante ciò, a 30 anni dalla pubblicazione di Sabatini, molte delle sue proposte restano controverse. Una parte dei gruppi professionali, comprese le donne, continua a preferire l’articolo maschile per indicare la propria posizione, ritenendo che le forme femminili suonino meno prestigiose o “innaturali”. Di Nicola descrive questo fenomeno come un conflitto interno che riflette la lunga storia dell’invisibilità istituzionale delle donne.
Raccomandazioni europee e resistenza italiana
Nel 2008 il Parlamento europeo ha pubblicato le Linee guida per un linguaggio neutro dal punto di vista del genere. Il documento invita tutte le istituzioni europee a utilizzare un linguaggio neutro dal punto di vista del genere e non discriminatorio. In esso si sottolinea che:
- È necessario distinguere tra funzione (carica) e persona fisica (titolare della carica),
- Il genere degli epiteti deve essere indicato con l’articolo (il presidente / la presidente),
- Ogni paese deve adattare le pratiche tenendo conto delle proprie norme linguistiche.
La versione italiana indica chiaramente che in Italia il dibattito sul linguaggio non sessista è ancora agli inizi e che i media continuano a utilizzare quasi esclusivamente forme maschili.
Le direttive europee si scontrano quindi con l’inerzia culturale dello spazio pubblico italiano, dove la tradizione è spesso percepita come un argomento contro l’aggiornamento del linguaggio.
Tra linguaggio, società e identità: cosa emerge dal lavoro di ricerca di Paola Di Nicola
Oltre alla sua attività legale, Di Nicola è nota come ricercatrice nel campo della sociologia, delle politiche sociali e dell’analisi di rete. I suoi articoli sono dedicati a:
- Il capitale di fiducia e le strutture del capitale sociale,
- Le reti personali e le relazioni interpersonali,
- Il funzionamento delle cerchie familiari e amicali,
- L’interrelazione tra capitale sociale e sostenibilità dei sistemi di welfare.
Questo contesto scientifico aiuta a comprendere la sua posizione linguistica: la lingua non è un meccanismo isolato, ma parte integrante della struttura delle relazioni sociali. Se in una società è presente una disuguaglianza strutturale, questa si manifesta inevitabilmente nelle parole con cui tale società descrive se stessa.
Perché la visibilità linguistica è importante
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Il lavoro di Di Nicola e le ricerche su cui si basa confermano che la lingua è un attore attivo nella formazione delle norme sociali. Le strutture grammaticali possono sostenere l’invisibilità delle donne, ma possono anche rivelare la loro reale presenza nelle istituzioni, nel potere e nella vita pubblica.
La discussione su “la giudice” è una questione di spazio simbolico, dove la donna ha il diritto di essere designata, ascoltata e rappresentata. Proprio come le leggi richiedono precisione, il linguaggio richiede responsabilità, perché determina chi vediamo, chi riconosciamo e chi consideriamo significativo.

