Ferite a Morte. L’Italia e il Femminicidio

Ferite a Morte. L’Italia e il Femminicidio

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Femminicidio è un neologismo che indica la forma di violenza estrema rivolta contro la donna in quanto appartenente al genere femminile.

La categoria di femmicidio non fa riferimento alle uccisioni di donne tout court, ma pone sotto i riflettori quelle uccisioni avvenute per mano di uomini, in un contesto sociale, culturale e politico che permette e tollera atti di dominio e violenza maschile sulle donne. Il neologismo introduce dunque l’elemento del genere nell’analisi criminologica e permette di far emergere specifiche forme di discriminazione e di violazione dei diritti umani.

Barbara Spinelli, un’avvocata italiana impegnata in prima linea nella lotta alla violenza maschile sulle donne, nel suo libro Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale puntualizza che, alle spalle dell’atto estremo dell’uccisione, si nasconde sempre un ampio ventaglio di violenze, fisiche, economiche, psicologiche.

Nel corso degli ultimi due anni l’Italia si è trovata sotto i riflettori per un’improvvisa “emergenza femminicidio”, quasi come se fino ad allora il fenomeno non fosse esistito.

In un crescendo continuo, a partire dal 2012, politici, società civile e media hanno portato al centro dell’attenzione il tema dell’uccisione delle donne da parte dei propri compagni o ex compagni, contribuendo senza dubbio a richiamare l’attenzione su un grave problema, ma alimentando al tempo stesso una percezione del fenomeno imprecisa.

In Italia non esiste infatti un osservatorio nazionale sul femminicidio ed è impossibile stabilire se si sia registrato o meno un aumento di questo fenomeno nel Paese. Fino ad oggi la principale ricerca disponibile è quella realizzata dalla Casa delle donne per non subire violenza di Bologna, che si basa sulle notizie di cronaca trasmesse dai mass-media. Questo studio mostra un crescente numero di omicidi di donne, a partire dalle 84 del 2005, fino al 124 del 2012, ma non può vantare, evidentemente, nessuna scientificità. (Un’indagine simile è condotta ad esempio dal blog Bollettino di guerra ). Corollario di questa lacuna: i numeri raccolti dalle associazioni di donne, influenzati dalla sensibilità instabile dei media, potrebbero essere sottostimati e ad oggi, in Italia è impossibile avere un quadro oggettivo della situazione.

Pur in mancanza di dati precisi è evidente che il fenomeno esista e che, indipendentemente dalle sue proporzioni, sia un’inaccettabile violazione dei diritti umani delle donne.

Nel 2011, alcune rappresentanti della società civile italiana, tra cui Barbara Spinelli hanno presentato al Comitato CEDAW (Committee on the Elimination of Discrimination Against Women) delle Nazioni Unite, un rapporto ombra per descrivere lo stato dell’arte dei diritti delle donne in Italia

Al termine dell’audizione il Comitato ha formulato una serie di pesanti raccomandazioni al Governo italiano utilizzando esplicitamente il termine femminicidio, qualificandolo come un fallimento dello Stato italiano nella tutela dei diritti umani. Lo Stato, infatti, ha il dovere di rimuovere gli ostacoli concreti che impediscano ai suoi cittadini e alle sue cittadine di godere dei diritti fondamentali e, nello specifico del femminicidio, ha l’obbligo di intervenire in aiuto delle vittime di violenza e di prevenire l’estrema conseguenza della loro uccisione. Il Comitato CEDAW, nelle sue raccomandazioni, chiedeva “di dare priorità all’adozione di misure strutturali, capaci di tenere conto anche della specifica posizione delle donne in situazioni più vulnerabili, con cui “assicurare che le donne vittime di violenza abbiano immediata protezione, compreso l’allontanamento dell’aggressore dall’abitazione, la garanzia che possano stare in rifugi sicuri e ben finanziati su tutto il territorio nazionale; che possano avere accesso al gratuito patrocinio, alla assistenza psico-sociale e ad un’adeguata riparazione, incluso il risarcimento”. Il CEDAW raccomandava inoltre di strutturare un sistema efficace di raccolta dati, di assicurare la formazione di tutti gli operatori, di coinvolgere la società civile in campagne di sensibilizzazione, nonché di ratificare la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza nei confronti delle donne e in ambito domestico

Nel gennaio del 2012, inoltre, la commissaria speciale della Nazioni Unite Rashida Manjoo si è recata in missione in Italia e alla sua partenza ha presentato un rapporto in cui ha ribadito la gravità della situazione e aggiunto una lista di raccomandazioni insistendo particolarmente sulla necessità di agire sulla dimensione culturale, agendo sugli stereotipi di genere.

Nonostante questo crescendo di attenzione e consapevolezza nei confronti della violenza maschile sulle donne, il governo italiano ha ignorato sia il fenomeno che le raccomandazioni del CEDAW, fino al 2013 anno in cui in tempo record è ha promulgato una legge (anche) sul femminicidio.

L’11 Ottobre 2013 è stata approvata la legge “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere, nonché in tema di protezione civile e di commissariamento delle province”. Il testo è diviso in quattro parti e solo la prima si occupa di femminicidio, con cinque articoli su undici, (le altre parti contengono norme in materia di sicurezza per lo sviluppo, di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, per la prevenzione e il contrasto di fenomeni di particolare allarme sociale, norme in tema di protezione civile e di commissariamento delle Province).

Le nuove norme contro il femminicidio agiscono esclusivamente sul piano dell’inasprimento delle pene e delle misure cautelari ed hanno suscitato la reazione e le polemiche di molte voci della società civile che operano quotidianamente nel contesto della violenza maschile sulle donne e che denunciano, tra le altre cose, la mancanza di riconoscimento della dimensione culturale della violenza di genere.

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Carla Fronteddu
Gender specialist
Siena

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